La verità è che mi è piaciuto abbastanza. Lui, intendo, non il fattaccio. Mi è piaciuto abbastanza da finirci a letto. È una verità scomoda; una verità che vorrei affogare in uno dei ventisette bicchieri che ho bevuto ieri sera, ma è comunque una verità. Le prove a carico sono qui accanto a me tra le lenzuola: un corpo nudo, il corpo del reato.
Mi accendo una sigaretta. Una delle sue, perché io ho smesso da un pezzo, ma mi sembra la situazione perfetta per rompere il digiuno. Tossisco.
«Dio mio che schifo di sapore, ma come diavolo facevo a trovarlo piacevole?» domando a me stessa.
«Se è per quello» risponde la fastidiosa vocina interiore chiamata coscienza, «hai trovato piacevole pure lui».
Già, lui. Lo guardo mentre dorme, mi avvicino un po’ e gli sbuffo una nuvoletta di fumo in faccia. Niente. Un tricheco spiaggiato in piena fase REM. Mi godo con calma la sigaretta – perché è vero che fa schifo, ma l’automatismo del gesto concilia la riflessione – e ripenso ai fatti salienti delle ore precedenti.

Fino alla cena andava tutto bene: ristorante etiope, compagnia affiatata, un po’ di vino e una presunta zuppa di pinne di squalo che probabilmente erano solo frattaglie di pollo. Personalmente parlando, detesto mangiare con le mani, ma questo è un problema solo mio. Fino alla cena, dicevo, è andato tutto liscio come l’olio sulle nostre dita unte. È stato un attimo prima di uscire dal ristorante che la situazione è precipitata: sono andata in bagno, lui mi ha seguita e mi ha detto con nonchalance: «Facciamo sesso stasera?». Ho glissato, perché è vero che mi piacciono gli uomini che vanno subito al sodo, ma così al sodo è un po’ troppo anche per me. Eppure…
Ma procediamo con calma. Per digerire il finto squalo, ci siamo fiondati tutti in un pub poco distante e lì le cose mi sono sfuggite di mano. Dopo una birra e diversi superalcolici, mi sono ritrovata al cesso – lo so, non è un termine educato, ma quello sgabuzzino maleodorante non si può definire altrimenti – a limonare. Con lui. Amen. Mentre tornavamo al tavolo, poi, ho sentito le sue mani sotto la camicetta. Credo di averlo trovato addirittura piacevole. Ri-amen.
Un’ora dopo eravamo a casa mia, lui in bagno a vomitare il gommoso pane etiope, io appoggiata allo stipite della porta a pensare: «Ma davvero sto per finire a letto con uno che sta riempiendo di roba arancione il mio water?». Sì, stavo per farlo. Maledetto alcol.
Si è spogliato. Sexy e arrapante come non mai: calzini corti bianchi, mutande bianche un po’ molli, canottiera bianca a costine infilata nelle mutande. A pensarci bene deve essere stato tutto quel candore ad abbagliarmi, perché il fiume di gin che mi scorreva nelle vene non basta da solo a spiegare come io possa averlo trovato sufficientemente attraente da posare con grazia la mia lingua su di lui. Molto su di lui. Ma tant’è, devo comunque ammettere che ci siamo divertiti. Molto divertiti.

Spengo la sigaretta in un bicchiere e allungo un piedino per dargli un colpetto e vedere di smuoverlo. Niente. Però sembra sorridere nel sonno. Starà sognando di essere al mercato a comprare uno stock di mutande bianche a prezzo di favore. Ridacchio, ma ho poco da fare la spiritosa: l’occhio mi cade sul mio corpo nudo e quelli che ieri sera mi sembravano dei peletti invisibili, oggi, nella luce cruda del mattino e, soprattutto, senza alcol in circolo, appaiono come una riproduzione fedele in scala 1:1 della foresta amazzonica. La patata anni ottanta. Forse lui è un amante del genere, perché stanotte mi sembrava parecchio preso. Lo guardo di nuovo. Non mi piace. Probabilmente nemmeno io piaccio a lui. Eppure, per una sera, ci siamo piaciuti abbastanza.
Si sveglia.
«Sei bella» mi dice.
Scoppio a ridere, tanto è una frase fuori luogo.
«Abbiamo scopato?» aggiunge subito dopo.
Rido di nuovo. La classe di una canottiera infilata nelle mutande, in fondo, non è acqua.