Qualche giorno fa ho letto sul Corriere che la nuova tendenza della moda maschile prevede il ritorno a uno stile morbido, più disinvolto delle attuali braghette rubate al fratellino. Questo mi ha fatto tornare in mente un pezzo scritto un po’ di tempo fa, ma sempre attuale (almeno per ora), sulla simpatia dell’uomo milanese per gli abiti attillati. Eccolo!

StringiMI, ovvero perché al milanese piace attillato

Gli abiti seconda-pelle, fino a pochi anni fa, erano appannaggio esclusivo di donne e rockstar: un po’ scomodi, a volte penalizzanti, erano visti dall’uomo medio come un vezzo per pochi eccentrici e qualche supereroe.
Poi, all’improvviso, c’è stata un’inversione di tendenza. Don Johnson, che in Miami Vice sembrava così cool, è stato declassato a pagliaccio e i suoi abiti taglia comoda – gli stessi abiti che conferivano al bel Sonny Crockett un fascino non indifferente – oggi sono diventati l’antitesi dell’uomo di successo. Nemmeno un normale vestito alla Richard Gere in Pretty Woman – sobrio, elegante, contenuto – è più tollerato: troppo largo, troppa stoffa, troppi spazi inutilizzati.

A quanto pare, infatti, per essere trendy e sprizzare successo da tutti i pori, oggi bisogna strizzarsi in abiti aderenti che più aderenti non si può. Camicia, giacca e pantaloni vengono confezionati con una precisione così millimetrica che il rischio rottura è dietro l’angolo. Se si passeggia per il centro di Milano e si tende l’orecchio, ad esempio, si possono avvertire tanti piccoli strapppp: non sono nient’altro che le braghette super attillate della Milano che conta in pausa pranzo, che, a causa dell’hamburger un po’ troppo ricco, stanno cedendo un po’.

Se si osserva bene, poi, si può vedere come la quantità di stoffa impiegata per confezionare l’abito – a parità di corporatura – sia inversamente proporzionale allo stipendio mensile: più si sale verso cifre considerevoli, più il vestito aderisce al corpo. Perché? Chissà.

Per far luce su questo mistero, dopo aver visto l’ennesimo servizio fotografico su una notissima coppia milanese e aver osservato per l’ennesima volta i pantaloni di lui stretti sulle cosce come una morsa assassina, ho chiesto a un amico di successo da dove derivasse la passione sua e dei suoi consimili per gli abiti simil-skinny e, a onor del vero, anche un po’ acqua in casa. Mi ha risposto così: «È la moda, bellezza».

Sarà. Ma bisogna fare attenzione, perché il passo dal pantalone fasciante ai leggings del Re Sole è più breve di quel che si immagina. E si sa che i meggings – i fuseaux per lui – purtroppo sono già una realtà.

Nel frattempo, per fare un po’ di soldi prima che la moda cambi, ci si potrebbe piazzare armati di ago e filo fuori dai caffè di tendenza e aspettare un po’. Il professionista di successo non tarderà ad arrivare e quando, sovrappensiero, si dimenticherà delle solite puntarelle con le acciughe e ordinerà la polenta col brasato, noi saremo lì, pronti ad afferrare al volo il bottone della sua camicia su misur(issim)a che, a causa dell’incomprimibilità dei solidi, a un certo punto, per forza di cose, salterà.

«Sono tre euro, cosa faccio? Lo riattacco?»