È notte, ho freddo, non sono abituato a stare fuori. Sono un pianoforte, accidenti, non un clarinetto della banda. Perché mi hanno lasciato qui? Stavo così bene nell’attico di via Santa Marta. Signorile, tre locali, cucina abitabile, terrazzo e biblioteca. Io ero proprio lì, nella biblioteca. Certo, non mi suonava più nessuno da otto anni; da quando è morto il conte, la contessa non ha più toccato un tasto. Ma stavo bene; al calduccio, immacolato e senza un granello di polvere, anche se devo ammettere che ormai la mia coda era diventata un ripiano per soprammobili. Sì, ma che soprammobili? Non certo statuine segnatempo a forma di gondola, non scherziamo. Roba di classe. Cristalli Baccarat. Un uovo Fabergé. Una lampada di Philippe Starck. Saper mescolare gli stili non è da tutti. E la notte, mentre la contessa dormiva, discutevo di arte e filosofia con la pendola. Ah, la Giuditta, puntuale e simpatica. Abbiamo letto tutti i libri della biblioteca. Sappiamo un sacco di cose, io e la Giuditta. È grazie anche a tutte quelle letture che adesso so dove sono. Piazza Sant’Alessandro, che per inciso è una delle mie preferite di Milano. Dal vivo è ancora più bella. Però sono le tre di notte e fa freddo. Mi si infiammano le corde. Ma perché mi hanno scaricato qui? Mi hanno coperto con un lenzuolo, infilato in un furgone – che fatica hanno fatto! – e piazzato qua. Potevano almeno lasciarmi il lenzuolo. La luna è splendida, piacerebbe alla Giuditta. Certe notti la luce che entrava dalla finestra le illuminava il legno. Era bellissima. La Giuditta è sempre bellissima, sia chiaro, ma illuminata dalla luna lo era un po’ di più. Lo è un po’ di più. Perché sto parlando al passato? Eh, lo so perché. Perché gli uomini che mi hanno portato qua hanno detto: “Ma non poteva chiamare l’Amsa, invece di inventarsi ‘sta cosa?” Ho l’impressione che nell’attico non tornerò più.

Ehi, sento dei passi. Ma è la contessa! E sta portando uno sgabello! Si siede. Non lo faceva da così tanto. Suonava sempre per il conte. Si sono sposati giovani, innamorati pazzi, e io sono stato il regalo di nozze di lui a lei. La concertista e il direttore d’orchestra. Sei anni incredibili, poi quella morte stupida, a teatro. Lui dirigeva, lei era tra il pubblico. Si è staccato un lampadario e bam! lui è morto sotto i suoi occhi. Lei non ha più voluto suonare. Per non impazzire ha cominciato a viaggiare e a comprare soprammobili. Di classe, lo ribadisco. 

Sta scrivendo qualcosa. Una lettera, forse. L’ha messa in una busta. Ehi, riconosco il suo tocco, sembra che stia per mettersi a suonare. Sta suonando! Dream, John Cage, la preferita del conte. È bellissimo qui, sotto la luna. 

Ma cosa sono queste voci? Gente che urla, che si lamenta. Che zotici, invece di apprezzare. Quella ragazza in pigiama però no, è corsa qui a vedere e sorride. Perché la contessa ha smesso all’improvviso? Mi stavo divertendo così tanto. Sta dando la busta alla ragazza. E adesso perché mi accarezza in questo modo? È un addio, lo sento. Infatti, sta correndo via.

Nel frattempo qui si sta riempiendo; qualcuno deve aver chiamato anche i carabinieri. La ragazza sta aprendo la busta; credo voglia leggere ad alta voce.

In questa piazza ho passeggiato con mio marito il giorno in cui ci siamo conosciuti. Lascio qui questo pianoforte per chiunque lo voglia prendere. Abbiatene cura, a noi ha dato tanto. Sono certa che saprà darlo anche a voi.
Livia

Sì, mi sa che era proprio un addio. 
O forse un nuovo inizio.
Chissà.