La nostra ostrica, non nobile, non ricca, coraggiosa ancor meno, s’era dunque accorta, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un mollusco di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti molluschi di ferro.
E, non potendo puntare sulla bellezza per sfondare nella carriera artistico-gastronomica, un mattino di primavera, svegliandosi circondata dalle sue sorelle, si era guardata in giro, aveva assunto un’aria meditabonda e aveva detto alle compagne: «Ragazze mie, qui dobbiamo giocarcela sull’intelligenza. Qui, io ve lo dico, l’unico modo per emergere è far credere a tutti che siamo cool».

Il resto è storia nota: l’ostrica, infatti, da cosuccia molliccia e viscidina, è diventata uno status symbol. Sempre molliccio e viscidino, per carità, ma che importa la consistenza quando il solo fatto di ordinarla fa sentire potentissimi?La comanda, infatti, viene fatta a regola d’arte. Il ristorante, innanzitutto, viene preferito al bar à huîtres, o oyster bar che dir si voglia (mi sfugge, se c’è, il nome italiano, ma si sa che il termine straniero fa comunque più uomo al passo coi tempi), perché dà all’avventore l’opportunità di distinguersi dal volgo: non ci si può sentire ganzi se tutti quelli intorno stanno mangiando la stessa cosa. L’ostrica va esibita per bene e, di conseguenza, ci vuole una platea adeguata, perché, come tradizione vuole, la maggior parte delle volte le ostriche non vengono ordinate perché piacciono da impazzire – e come potrebbero, poverette – ma solo perché fanno figo (minuto di silenzio, per favore).

Così, quando arriva il cameriere, il nostro uomo che non deve chiedere mai sfodera il sorrisone d’ordinanza, alza la voce di una decina di decibel e pronuncia le fatidiche parole: «Ma, io quasi quasi prenderei due ostriche». Poi, con studiata indifferenza, si guarda intorno per assicurarsi che tutti abbiano capito: o-s-t-r-i-c-h-e, mica cotiche, eh.
E se è una cena galante, puoi star certa che, a questo punto, lui è ormai certo di averti conquistato: come potresti, infatti, resistere al suo squisito savoir-faire? Lo stesso savoir-faire, tra l’altro, che gli fa aggiungere qualche secondo dopo: «E da bere, cara, bollicine?».
Bollicine? Vuoi colpirmi con la terminologia glamour?
Ma bollicine de che, io di antipasto voglio una bruschetta con le acciughe e un bicchiere di vino. Sai, sono un’amante del classico e le bollicine mi piace lasciarle fare alla dentiera del nonno.

E quando le ostriche arrivano al tavolo? Beh, quando le ostriche arrivano al tavolo, quello è l’unico momento in cui il nostro uomo ha un piccolo cedimento: guarda i suoi molluschi, poi il fritto dei vicini, poi ancora i suoi molluschi e muore un po’. Ma lui è cool, che diamine, e non sarà certo un po’ di viscidino a spaventarlo, per cui fa un bel respiro, chiude gli occhi e manda giù.
Per apparire, da che mondo è mondo, bisogna soffrire. Almeno un po’.