Ammettiamolo: noi pendolari siamo sempre lì a lamentarci di quei due, forse tre disservizi che animano le nostre giornate. Io per prima, appena posso, spargo sarcasmo come se piovesse, senza minimamente pensare ai lati positivi della premiata ditta TrenitaliaLeNord, che ogni giorno mi culla tra le sue amorevoli braccia e mi porta dolcemente, molto dolcemente, al lavoro.
Perché, a ben guardare, di lati positivi ce ne sono, eccome: per dirne uno, c’è chi per visitare l’inferno ha dovuto farsi un lungo viaggio in compagnia di un poeta, mentre noi abbiamo la possibilità – che dico la possibilità, la fortuna – di toccare con mano i sette vizi capitali stando comodamente spaparanzati su un sedile in skai.
Traghettati dal capotreno Caronte – quello vero, non l’amico di Poppea – ogni giorno entriamo, infatti, in una magica scatola di metallo che, come un moderno caleidoscopio, ci fa provare, una per una, tutte le sette sfumature del peccato capitale.

Superbia, ovvero il desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui.
Superbi, in treno, lo siamo un po’ tutti. Il posto è mio, guai a chi lo tocca. Signora anziana, smamma che non è giornata. E il posto accanto è mio pure quello, perché non sia mai che la mia borsa debba stare sulle mie ginocchia o, peggio, sulla cappelliera. Scherziamo? Io pago, mica come quegli extracomunitari lì in fondo, che sicuramente il biglietto non ce l’hanno, fossi io il controllore sì che gli farei vedere come si sta al mondo.
Bravissimo, scroscio di applausi.

Avarizia, ovvero il desiderio irrefrenabile dei beni temporali.
È inutile, i soldi per l’abbonamento si aggrappano alla tasca interna del borsellino come cozze sullo scoglio e mai, mai vorrebbero uscire. Quando finalmente, novello Hulk Hogan, riesci a staccarle e a consegnarle al bigliettaio, le povere banconote ti guardano mestamente e, scuotendo il capo, ti salutano così: “Bye, bye Miss American Pie, drove my Chevy to the levee but the levee was dry, them good ole boys were drinking whiskey and rye, singin’ this’ll be the day that I die”.

Lussuria, ovvero il desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a se stesso.
Eh sì, c’è anche la lussuria. Un esempio? Tutte le sere, a Garibaldi, c’è un diavolo tentatore, bello e dannato, meraviglioso e luccicante, che parte al minuto spaccato, lasciandoti lì sul tuo binario ad aspettare un treno che non arriva, col cuore intriso di amarezza e di desiderio disperato: Italo, il frutto proibito del pendolare. Lussuria su rotaia, certo, ma pur sempre lussuria.

Invidia, ovvero tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio.
Qui c’è poco da dire. Invidia, tanta invidia. Per i pendolari sul treno che sta superando il tuo, mentre tu stazioni da venti minuti fuori Monza; per i fortunati passeggeri di Italo e del Frecciarossa; per il cane che passeggia col suo padrone sul praticello accanto ai binari e che, inspiegabilmente, va più veloce di te. Invidia, tantissima invidia.

Gola, meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo.
Hai detto no al colesterolo e a quel simpatico pezzo di pizza che ti fissava dal banco del bar della stazione? Male, molto male. Perché il tuo treno potrebbe essere in irrimediabile ritardo e il tuo stomaco potrebbe cominciare a lamentarsi come solo un temporale estivo sa fare. E a quel punto, anche i tristi cracker del tuo dirimpettaio ti sembreranno la cosa più appetibile del mondo, per cui glieli ruberai e li azzannerai, con lo stesso piacere con cui attaccheresti uno stinco di maiale con contorno di patate al forno.

Ira, ovvero l’irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito.
Non posso parlarne, non ce la faccio. Troppi ricordi.

Accidia, ovvero torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene.
L’accidia scatta subita dopo l’ira, come il calo di tensione dopo un avvenimento importante. Le conseguenze sono le stesse: come ti addormenti di schianto rovesciando il tavolo e tutto lo spritz sugli amici con cui stai festeggiando il tuo nuovo contratto di lavoro, così ti assopisci dopo il litigio col controllore per la mancata apertura delle porte del treno. Quando l’addetto delle pulizie ti sveglia al capolinea, tu raccatti le tue quattro cose e il tuo torpore malinconico, ti sbronzi di assenzio e aspetti fiducioso l’alba. Si vocifera che Baudelaire abbia scritto i Piccoli poemi in prosa, altrimenti detti Lo spleen di Parigi, in circostanze analoghe.

Trenitalia, quando uscirà Lo spleen di Lecco, di una certa SC, la dedica sarà tutta per te.