Ieri sera, sulla via del ritorno, una signora sui cinquanta si è staccata a fatica dal sedile in plastica del treno, ha controllato lo stato della sua camicia azzurra e mi ha chiesto: «Mi scusi, signorina, sono bagnata sulla schiena?».
No, signora mia, non è bagnata. È fradicia, ma non si preoccupi, perché qui le alternative sono due: traspirare o morire. Veda lei.

Inizia così la mia estate Trenitalia, o Trenord che dir si voglia, con l’aria condizionata funzionante alle 6:29 del mattino, ma invariabilmente fuori servizio alle sei di sera, quando (a) no, non fa caldo e (b) no, il treno non è rimasto parcheggiato per ore sotto il sole cocente.
Salire è un po’ morire, dice la saggezza pendolare, ed infatti è così: quando, stanco dopo una giornata di lavoro, metti il piede sul primo gradino della prima carrozza e senti una phonata di aria calda in pieno stile ingresso-alla-Rinascente-sotto-Natale, sai già che si sta mettendo male. Speranzoso, percorri il treno da cima a fondo, ma ad ogni passo muori un po’: fa caldo, dannatamente caldo, l’aria non va e – ciliegina sulla torta – il convoglio è di quelli coi finestrini sigillati.
Che fare?

Niente, perché non ci sono alternative: se vuoi arrivare a casa, è inutile vagare facendo per di più aumentare l’entropia dell’universo, devi sederti da qualche parte e morta lì.
Così scegli un posto in cui sai per certo che almeno non batte il sole, ti accomodi per bene e cominci a sudare. A sudare molto. A sudare moltissimo. Fossi Zio Paperone troveresti un modo per raccogliere e riciclare le gocce che ti scorrono implacabili lungo fronte, collo, petto e schiena, ma tu sei tu e con quel caldo non hai nemmeno più la forza di pensare a qualcosa che non siano i polli arrosto di Paolino il mago dello spiedo, improvvisamente diventati tuoi fratelli di sventura.
Se sei fortunato, il tuo sedile è in stoffa e non in plastica, così puoi almeno evitare l’effetto colla. Certo, sapere che quello stesso sedile ha assorbito, prima del tuo, il sudore di altre diecimila persone non è per nulla rassicurante, ma tant’è: meglio lerci che indissolubilmente uniti a un pezzo di skai blu.

E quando arrivi alla tua fermata, ben dorato e cotto a puntino come un tacchino nel giorno del Ringraziamento, non puoi fare a meno di chiederti perché il capotreno non ti abbia ficcato in bocca una bella mela.
Di sicuro avresti fatto la tua porc(hett)a figura.

Partir, c’est mourir un peu,
C’est mourir à ce qu’on aime:
On laisse un peu de soi-même
En toute heure et dans tout lieu.
C’est toujours le deuil d’un vœu,
Le dernier vers d’un poème;
Partir, c’est mourir un peu.
Et l’on part, et c’est un jeu,
Et jusqu’à l’adieu suprême
C’est son âme que l’on sème,
Que l’on sème à chaque adieu…
Partir, c’est mourir un peu.
Rondel de l’adieu – Edmond Haraucourt